Di Gordiano Lupi
Minari (2020)
di Lee Isaac Chung
Lee Isaac Chung (Denver, 1978) è un regista e sceneggiature nordamericano di origini sud coreane. In questo film racconta una storia che gli sta molto a cuore, gli eventi narrati coinvolgono non solo il suo popolo ma anche la sua vita, visto che ha trascorso l’infanzia in una fattoria dell’Arkansas. Pellicola autobiografica, ritenuta il suo miglior lavoro, intrisa di cinefilia, realizzata da un autore laureato in cinema che a un certo punto della sua vita accarezza persino l’idea di abbandonare il lavoro di regista per dedicarsi all’insegnamento universitario.
Minari narra l’epopea di una famiglia sud coreana che si stabilisce in Arkansas, il marito sogna di vivere con i frutti del suo lavoro e di coltivare ortaggi coreani, la moglie è scettica, ma – dopo le prime rimostranze – accetta di abitare in una casa con le ruote, isolata in mezzo alla campagna, a patto che l’anziana madre venga a vivere con loro. Completano il gruppo familiare un figlio piccolo che non se la dice molto con la nonna – caratterizzazione autobiografica – e una figlia più grande. La famiglia viene accolta bene, i genitori lavorano allo smistamento e selezione dei pulcini di una grande azienda, il padre cerca di realizzare il sogno nonostante i debiti e la nonna coltiva il minari, antica pianta coreana simile al crescione europeo, curativa e nutriente. Il film dura ben 115 minuti, il montaggio di Harry Yoon è abbastanza compassato e la fatica un poco si sente perché non accadono grandi eventi fino all’incendio della fattoria. La sceneggiatura si dedica a spiegare le dinamiche familiari, presentando le tensioni tra genitori, la visione del mondo dei ragazzini ormai americanizzati e la figura di una nonna molto legata alle tradizioni sud coreane.
Fotografia anticata di un Arkansas solare e campestre (Lachlan Milne). Ambientazione negli anni Ottanta molto ben riuscita. Scenografie di Yong Ok Lee curate a dovere. Colonna sonora di Emile Mosseri secondaria rispetto alla storia, mai invasiva. Regia ispirata e sceneggiatura che non presta il fianco a critiche, a meno che non vogliamo reputare un difetto la scarsa dinamicità. Montaggio (Harry Yoon) che avrebbe potuto essere più snello con alcuni opportuni tagli. Interpreti tutti coreani, visto il tema, credibili e ben calati nei rispettivi ruoli. Molto bravo il piccolo Alan Kim nel caratterizzare il difficile rapporto con la nonna, ben interpretata da Youn Yuh-jung. Il personaggio principale è Steven Yeun, padre idealista alla ricerca di un sogno da realizzare. Han Ye-ri è la moglie che lo asseconda e decide di vivere in campagna, isolata da tutti, dopo una prima resistenza. Importante il titolo e la funzione del minari – il prezzemolo d’acqua, pianta spontanea usata nella cucina asiatica – che simboleggia una famiglia forte, che (proprio come il minari) riesce a radicarsi e a crescere rigogliosa in un terreno nuovo e difficile.
Minari è un film molto personale che il regista scrive e dirige, candidato a sei premi Oscar, miglior film in lingua straniera ai Golden Globe. Distribuzione limitata in Italia, a partire dal 2021, fino al passaggio su piattaforma Sky. Adesso l’abbiamo visto su Rai 5 ed è reperibile su Rai Play. Consigliata la visione.
Regia: Lee Isaac Chung. Soggetto e Sceneggiatura: Lee Isaac Chung. Fotografia: Lachlan Milne. Scenografia: Yong Ok Lee. Musiche: Emile Mosseri. Montaggio: Harry Yoon. Durata: 115’. Paese di Produzione: Stati Uniti d’America, 2020. Lingua Originale: Inglese, Coreano. Genere. Drammatico. Produttori: Dede Gradner, Jeremy Kleiner, Christina Oh. Produttori Esecutivi: Brad Pitt, Josh Bachove, Steven Yeun. Casa di Produzione: Plan B Entertainment. Distribuzione (Italia): 01 Distribution. Interpreti: Steven Yeun (Jacob Yi), Han Ye-ri (Monica Yi), Alan Kim (David Yi), Noel Kate Cho (Anne Yi), Youn Yuh-jung (Soon-ja), Will Patton (Paul), Scott Haze (Billy).

