Testo di Gordiano Lupi, foto d’epoca.
Un bar degli anni Settanta
Entrare,
e d’un tratto non sei più qui.
Si apre un varco.
Una fuga.
Un tempo perduto che torna.
È il tuo bar.
Quello vicino ai tabacchi,
in corso Italia.
Sul muro, scritti col gesso bianco,
i risultati.
Tutti.
Fino alla serie D,
dove giocava il Piombino.
Un banco frigo che ronza piano.
Dentro,
i cornetti Algida.
Il Rico, al whisky, per trasgredire.
La Coppa del Nonno.
La granita dura come pietra,
verde.
E il telefono a gettoni,
lì in fondo.
Chiamare tua madre.
Chiamare gli amici.
E poi schiacciare il tasto di resa,
per vedere se regalava monete.
Monete per caramelle e gelati.
Sul banco, poche paste,
racchiuse in una teca di plastica antica,
un po’ opaca.
Dolci alla crema.
Le solite povere cose.
E un caffè che è soltanto caffè.
Magari corretto, dopo pranzo.
Ma niente ordini strani.
Niente.
E i boeri?
Ti ricordi i boeri al liquore?
Ne prendevi uno,
e se vincevi ne avevi dieci.
E ti prendeva un gran mal di pancia.
Perché a volte,
davvero,
vincevi.
Dietro il bancone,
i liquori proibiti ai minori.
Sempre gli stessi, allineati:
il Martini, il Punt e Mes,
il vermouth torinese,
il Ferro-China Bisleri,
il Campari, l’Amaro Isola Bella,
lo Stravecchio, il Rabarbaro.
Odore di fumo e caffè.
Sapori d’un bar del passato.
Si gioca al Totocalcio.
Si fa la schedina.
Si gioca a carte,
a biliardo.
Si fuma senza guardare chi entra.
Ci sono solo uomini,
che in un bar una donna
non sta mica bene che vada.
Alle pareti le pubblicità:
il Chinotto, la Spuma,
la San Pellegrino.
E dove si vende Algida,
non c’è posto per Sammontana,
né per la Sanson,
quella marca perduta.
Pavimento di antica graniglia,
a confondere troppi ricordi.
E tu, bambino,
con un gelato alla panna
che si scioglie in bocca,
come un pensiero antico
che si stempera piano
nella sera d’agosto.

