PIOMBINO – presentazione del libro “Dante anticapitalista” di Gianni Vacchelli” venerdì 22 maggio Biblioteca Civica Falesiana
Dante, nel tempo, è diventato un classico sempre più innocuo: studiato, celebrato, citato, ma raramente interrogato nella sua radicalità.
Il libro Dante ‘’anticapitalista’’ (Mimesis 2025), incredibilmente ricco di intuizioni e spunti profondissimi, si muove esattamente nella direzione opposta: restituire all’opera dantesca la sua forza ‘’critico-profetica e utopica’’.
Sono venuto a conoscenza di Gianni Vacchelli nel 2020, guardando un video in cui Ugo Mattei presentava il suo libro Non avrai altro idolo all’infuori di me 50 appunti per un «esodo» dalla biocrazia capitalista, anch’esso edito da Mimesis. Subito rimasi colpito dalla capacità dell’autore di rendere attuale la voce di Dante. L’intento di Gianni Vacchelli (saggista, narratore e docente) è che ‘’gli studia humanitatis non restino confinati in un recinto solo erudito e a rischio di autoreferenzialità’’. A questo proposito, afferma giustamente che l’opera di Dante è stata “disinnescata” e che ‘’il pericolo maggiore è un’estetizzazione depoliticizzante. Dante non è solo sublime poesia: è anche un grido di ribellione e speranza per un’umanità rinnovata.’’
Ciò che caratterizza i lavori di Vacchelli è un affascinante equilibrio tra rigore filologico e interpretazione aperta e vitale dell’opera dantesca, capace di mettere in dialogo antichità e presente, arrivando anche a gettare sguardi sul futuro. Difficili da etichettare in un genere, si potrebbero definire ‘’saggi mistico-poetici’’. Usando la terminologia di Hillman, Vacchelli riesce a “fare anima” su Dante: riconnette cioè il Poeta al convulso respiro della nostra contemporaneità, mostrando come l’opera dantesca sia ancora potente, scomoda e aspra, per usare un aggettivo caro a Dante (penso infatti alla ‘’rim’aspra e sottile’’ de Le dolci rime d’amor ch’io solea, ma anche all’asprezza evocata da Cacciaguida riguardo alla Verità, che “a molti fia sapor di forte agrume” e farà “grattar là dov’è la rogna”). Si tratta allora di accogliere le parole dantesche per trasformare la nostra visione del mondo ormai anchilosata, rassegnata, automatizzata.
Il critico indiano Ananda K. Coomaraswamy osservava come, almeno fino al Medioevo, Occidente e India fondamentalmente ‘’parlassero la solita lingua’’, ossia fossero speculari nei loro simbolismi e nelle loro allegorie. Ed è proprio su questa risonanza che Vacchelli innesta dialoghi con la filosofia indiana, alla quale egli si è avvicinato soprattutto attraverso il pensiero di Raimon
, di cui è stato amico e libero allievo.In quest’ottica il capolavoro di Dante, la Commedia, torna a essere opera realizzativa come i testi sapienziali indiani quali la Bhagavad Gītā e il Vedānta. Anch’essa infatti indica i principali ostacoli (al primo posto la cupidigia) che impediscono il raggiungimento della pace su questa terra. A questo proposito in Dante ‘’anticapitalista’’ viene citata l’Epistola a Cangrande della Scala dove viene esplicitata la finalità della Commedia: “rimuovere i viventi in questa vita dallo stato di miseria e condurli a uno stato di felicità”. Il viaggio dalla selva oscura all’Empireo è quindi liberazione da ogni forma di degrado e miseria umana. Vacchelli non esita ad accostare Dante a figure come Enrique Dussel e Ignacio Ellacuría, definendolo “poeta e filosofo della liberazione”.
Il suo ultimo lavoro, Dante, poeta della liberazione (Àncora, 2025), sviluppa proprio questa intuizione. E il fatto che Dante compia il suo viaggio da vivo, “in carne ed ossa”, indica, secondo Vacchelli, che si tratta di un cammino concreto, sofferto e trasformativo, che implica azione ed esperienza diretta.
Si tratta quindi di una lettura di Dante “militante”, eclettica, in continuità con lo stesso atteggiamento creativo del Poeta, che trasformava gli autori antichi
studiati e ammirati (Virgilio e Stazio in primis) in interlocutori vivi, maestri portatori di valori che trascendono i secoli.
Secondo René Guénon tutto ciò che è spirituale non appartiene al divenire storico, ma a una dimensione metafisica che lo oltrepassa e ne costituisce il fondamento. Proprio per questo nella Commedia coesistono paganesimo e cristianesimo, cronaca medievale e atemporalità mitica: accanto agli dèi della tradizione classica troviamo angeli e santi della tradizione cristiana; accanto ai grandi personaggi storici, figure anonime o quasi (si pensi alla Pia, Marco Lombardo, Ciacco, Filippo Argenti, etc). Spesso inoltre persone realmente esistite interagiscono con personaggi immaginari: penso alla rissa infernale
tra Mastro Adamo, falsario arso sul rogo alla fine del Duecento, e il greco Sinone, personaggio dell’Eneide, che falsò la parola per ingannare i Troiani e far entrare il celebre cavallo di legno.
La Commedia è dunque un racconto fuori dal tempo, che parla all’uomo di ogni epoca. È una topologia dell’anima. Alla luce di tutto ciò l’attualizzazione proposta da Vacchelli non appare così stravagante ed ‘’eretica’’.Lo stesso titolo Dante ‘’anticapitalista’’, che potrebbe sembrare un azzardo, non è in realtà così arbitrario: come argomenta bene l’autore (citando anche i fondamentali studi di R. Pinto) il termine “capitale” è già attestato nel dibattito economico alla fine del XIII secolo. È il teologo provenzale Pietro di Giovanni Olivi, francescano attivo a Firenze tra il 1287 e il 1289, a utilizzare questo termine in un suo trattato:
“quamdam rationem seminalem lucri quam communiter capitale vocamus”,
“una certa ragione seminale del guadagno, che comunemente chiamiamo capitale”.
Olivi introduce l’idea che il denaro non è solo un mezzo neutro di scambio (come nella tradizione aristotelica), ma può contenere in sé una potenzialità di profitto (una “semenza’’, ‘’una certa ragione seminale” di guadagno), ossia può lievitare in quanto può essere destinato a attività produttive.
Già alla luce di questa brevissima digressione sulle speculazioni economiche medievali, è chiaro che definire Dante anticapitalista non sia così assurdo o provocatorio: considerando che non solo il Poeta conosceva il pensiero di Olivi ma anche che, come fa notare Vacchelli, la critica alla cupidigia è il leitmotiv che attraversa tutta la sua opera dalla Vita Nuova in poi (oltre alla Commedia, si vedano anche le canzoni Le dolci rime, Poscia ch’amor, Doglia mi reca; il Convivio e il De Monarchia in cui compare l’assioma ‘’iustitie maxime contrariatur cupiditas’’ – ciò che si oppone soprattutto alla giustizia è la cupidigia).
Dante emerge quindi come acuto sismografo delle trasformazioni socio- economiche della Firenze del suo tempo, capace di intuire l’avvio della nuova mentalità protocapitalistica che sta generando una società potenzialmente disumanizzante, tesa alla dismisura, al kaos, e non orientata al kosmos.
Questo perché il denaro inizia ad assumere sempre più un ruolo centrale, minacciando di sostituirsi a Dio stesso (tema che Vacchelli approfondisce nel già citato volume Non avrai altro idolo al di fuori di me). ‘’Sia chiaro però’’, precisa lo studioso, ‘’il Dante anticapitalista in nessun modo esaurisce il continente Dante e non vuole essere una nuova etichetta, un nuovo recinto nel quale confinare il Poeta uno, nessuno, centomila. Dante è sempre oltre’’.
Nel Medioevo, proprio perché la società restava ancora fortemente legata a orizzonti spirituali e a un’etica di matrice evangelica, era sicuramente più immediato riconoscere tali derive. Oggi, invece, queste dinamiche appaiono più difficili da decifrare e criticare, perché ormai il sistema economico moderno si è introiettato in noi e viene percepito come qualcosa di naturale.
Scrive infatti Vacchelli: ‘’Il capitalismo ha colonizzato i nostri corpi e le nostre anime, persino cellularmente, essendosi naturalizzato e fatalizzato. Pur essendo un idolo si è fatto dio. È la matrice dentro la quale, volenti o nolenti, siamo nati.’’
L’invettiva contro il “maladetto fiore” (il fiorino che si diffonde cercando di imporsi ovunque) che oggi potremmo accostare al dollaro, moneta che allontana l’economia dalla sua sana dimensione reale; i ‘’falsi cavalier, malvagi e rei’’: finti nobili, arricchiti e venerati, spiritualmente vuoti e poveri, che si addobbano ‘’come vendere si dovesse al mercato di non saggi” (cito dalle canzoni Poscia ch’amor e Doglia mi reca); il simbolo della Lupa, declinata anche nella sua variante maschile, che divora tutto senza mai essere sazia (emblema ante litteram della società dei consumi); la condanna dell’usura, cioè del prestito a interesse, che oggi potremmo accostare a certe dinamiche della speculazione finanziaria che regge il mondo; la condanna dei ‘’simoniaci’’ (coloro che mercificano anche il sacro, trasformando la spiritualità in strumento di guadagno); dei ‘’barattieri’’ (corrotti che fanno della politica un mezzo di scambio); fino a guerrafondai tiranni immersi in un lago di sangue bollente e ai ‘’seminatori di discordia’’, ossia coloro che alimentano conflitti e divisioni: tutto ciò non risuona con forza anche oggi?
Proteso tra l’“abitare poeticamente il mondo” di Hölderlin, l’ambientalismo spirituale di Wendell Berry (citato in apertura) e fedele allo spirito vitale, visionario e utopico dello stesso exul immeritus, il libro di Vacchelli ci mostra bene come l’opera dantesca, in particolare la Commedia, continui a interrogare noi stessi e il nostro presente.
Recensione di Giacomo Panicucci

