PIOMBINO – Di seguito, il discorso del sindaco Francesco Ferrari di questa mattina, durante le celebrazioni del 25 aprile.
“Autorità civili e militari,
Presidente del Consiglio comunale,
rappresentanti delle associazioni combattentistiche e d’arma, dei partigiani, dei reduci e dei combattenti,
cittadini di Piombino, desidero innanzitutto rivolgere un sincero ringraziamento a tutti coloro che hanno reso possibile questa celebrazione: alla Presidente del Consiglio comunale Serena Raggi, al nostro ospite Massimo Lisi, alle Forze dell’ordine, alle associazioni presenti, alla Banda “A. Galantara” che ha accompagnato il corteo, e a tutti i cittadini che, con la loro presenza, testimoniano il valore profondo di questa giornata.
Rivolgo inoltre un pensiero riconoscente a chi, ogni anno, mantiene viva la memoria della nostra storia, custodendo i luoghi, i simboli e il significato più autentico della Liberazione.
Il 25 aprile non è una data come le altre.
È il giorno in cui l’Italia ritrova sé stessa.
È il giorno in cui una nazione, ferita, divisa, umiliata dalla guerra e dalla dittatura, seppe rialzarsi e scegliere la strada della libertà, della democrazia e della dignità.
Celebrare la Liberazione significa ricordare il sacrificio di donne e uomini che, spesso giovanissimi, scelsero di opporsi all’oppressione, mettendo a rischio la propria vita per restituire al nostro Paese un futuro.
Significa onorare la Resistenza, non come episodio isolato, ma come momento fondativo della nostra Repubblica.
Significa riaffermare con forza il valore dell’antifascismo, non come appartenenza ideologica, ma come principio costitutivo della nostra democrazia, come rifiuto di ogni forma di autoritarismo, di negazione dei diritti, di compressione delle libertà.
La Costituzione italiana nasce da quella stagione.
Nasce da quella scelta.
Nasce da quella consapevolezza.
E noi, oggi, siamo chiamati non soltanto a ricordare, ma a comprendere fino in fondo il significato di quella eredità.
Perché la memoria, se non diventa coscienza, rischia di trasformarsi in rituale.
E una comunità che riduce la propria storia a rito, senza interrogarsi sul presente, smarrisce progressivamente il senso delle proprie radici.
Piombino, città Medaglia d’Oro al Valor Militare, conosce bene il prezzo della libertà.
Lo conosce nella sua storia, lo conosce nei suoi luoghi, lo conosce nelle vicende di chi ha contribuito, anche qui, a scrivere pagine decisive della Liberazione.
Ed è proprio per questo che il nostro dovere istituzionale è ancora più grande: mantenere viva una memoria che non sia mai retorica, ma sempre sostanza civile.
Oggi, tuttavia, non possiamo limitarci a guardare al passato.
Siamo chiamati, con altrettanta responsabilità, a leggere il tempo che stiamo vivendo.
E il tempo che stiamo attraversando è, sotto molti aspetti, un tempo inquieto.
Dopo decenni in cui l’Europa e gran parte del mondo occidentale hanno conosciuto una lunga stagione di pace, costruita anche sulle macerie della Seconda guerra mondiale, oggi assistiamo a un progressivo riemergere di tensioni, conflitti, contrapposizioni che credevamo consegnate alla storia.
Viviamo una fase segnata da crisi globali profonde: crisi geopolitiche, crisi economiche, crisi energetiche, crisi ambientali.
E, in questo scenario, colpisce — e deve farci riflettere — una certa leggerezza con cui le grandi potenze sembrano muoversi sulla scacchiera internazionale.
Quasi come se la storia non avesse insegnato nulla.
Quasi come se gli errori che hanno condotto il mondo verso le tragedie del Novecento potessero essere dimenticati.
Quasi come se il destino dei popoli potesse essere ancora una volta affidato a logiche di potenza, a equilibri precari, a decisioni prese lontano dalle persone e dalle comunità.
C’è una sensazione, diffusa e concreta, che il mondo stia tornando a giocare con il proprio futuro.
E quando la storia diventa un gioco, quando le relazioni tra le nazioni si trasformano in una partita, quando la pace non è più un presupposto ma una variabile, allora il rischio diventa reale.
Il rischio di smarrire ciò che la Liberazione ci ha consegnato.
Il rischio di considerare la pace come un dato acquisito, e non come una conquista quotidiana.
Il rischio di dimenticare che la libertà non è mai definitiva.
È in questo passaggio che il 25 aprile torna ad assumere un significato straordinariamente attuale.
Perché ci ricorda che nulla è scontato.
Che ogni generazione ha il compito di difendere e rinnovare i valori su cui si fonda la convivenza civile.
Che la democrazia vive soltanto se viene esercitata, custodita, alimentata.
E che il ruolo delle istituzioni è, oggi più che mai, quello di mantenere saldo il legame tra memoria e responsabilità.
Essere uomini e donne delle istituzioni, in questo tempo, significa avere il coraggio della misura, della prudenza, del dialogo.
Significa rifiutare le semplificazioni, le contrapposizioni sterili, le logiche di scontro.
Significa lavorare per costruire comunità più coese, più consapevoli, più capaci di affrontare le sfide del presente senza perdere di vista i valori fondamentali.
Significa, in definitiva, esercitare una forma alta di responsabilità pubblica.
Il 25 aprile ci affida questo compito.
Non solo ricordare chi ha combattuto per la libertà, ma dimostrarci degni di quella libertà.
Non solo celebrare la fine di una guerra, ma difendere ogni giorno le condizioni della pace.
Non solo guardare alla storia, ma esserne all’altezza.
E allora, nel rendere omaggio ai Caduti, nel deporre la corona davanti al monumento che li ricorda, nel raccoglierci come comunità attorno a questo momento, dobbiamo sentire forte il senso di continuità tra ciò che è stato e ciò che siamo chiamati a essere.
Una comunità libera.
Una comunità democratica.
Una comunità consapevole.
Questo è il significato più autentico della Liberazione.
Questo è l’impegno che oggi rinnoviamo.
Viva il 25 aprile.
Viva Piombino.
Viva la Repubblica.”


