Il mio vicino Totoro – seconda pellicola prodotta dallo Studio Ghibli – è il primo film di Miyazaki che si abbevera alla fonte di leggende giapponesi, mettendo da parte romanzi e ambientazioni occidentali. Non è un Meisaku, per intenderci, non cerca di trasporre storie europee nella cultura locale, ma parte da ricordi personali dell’autore e da credenze insite nella cultura nipponica. Totoro – una sorta di gatto procione di proporzioni gigantesche, affascina grandi e piccini, al punto di diventare la mascotte dello Studio Ghibli, per finire nel logo della casa di produzione. La storia è di una semplicità unica, ma è intrisa di poesia e di ambientazione campestre, tra risaie, vecchie sagge che spiegano i misteri della vita, colline, cielo denso di nuvole bianche e foreste incantate.
Una famiglia composta da un padre ricercatore universitario e due figlie (Satsuki, la più grande, e Mei, di 4 anni) si reca a vivere in campagna per stare vicina alla madre, ricoverata in un ospedale della zona. Il tempo scorre nell’attesa che la madre guarisca, nel frattempo le sorelle s’imbattono in una realtà soprannaturale composta dai Nerini del buio (corrifuliggine), una foresta che ricorda quella di Alice nel paese delle meraviglie, dove vivono Totoro e uno straordinario gattobus che le porta a spasso per i campi.
Ambientazione giapponese nella foresta di Tokorozawa, dove Miyazaki risiede, spunto per il film un episodio di vita del regista, che ricorda quando la madre dovette assentarsi per una degenza ospedaliera. Il film è un susseguirsi di sequenze e immagini fantastiche, narrate con i ritmi compassati del cinema di animazione giapponese, Mei è un personaggio ricalcato dalle fattezze della nipotina del Maestro ed è la molla per far scatenare gli elementi fantastici di un’opera intensa e intrisa di sentimento. Colonna sonora del grande Joe Hisahishi, tra le opere più famose, con la canzoncina finale Tonari no Totoro, composta dallo stesso Miyazaki, insegnata persino nelle scuole giapponesi, vista la fama raggiunta. Sampo di Reiko Nakagawa scorre sui titoli di testa ed è altrettanto intensa. In Italia la sigla finale e di coda sono state tradotte da Gualtiero Cannarsi e interpretate da Roberta Frighi.
Il mio vicino Totoro è un film ricco di simbologia orientale, per niente facile da capire, nonostante sembri una fiaba di immediata comprensione, destinata ai bambini. Le letture possibili sono molte, alcune persino macabre, come la morte delle bambine protagoniste, anche se non sembra l’interpretazione corretta.
Le ragazzine si creano un mondo fantastico popolato di amici immaginari come Totoro e il gattobus per affrontare una situazione difficile. Come in ogni film di Miyazaki ci sono i profondi valori familiari, il legame affettivo tra figli e genitori, il ruolo di una nonnina saggia che va sempre ascoltata, il rapporto stretto (quasi simbiotico) tra uomo e natura. Bellissimi gli sfondi, curati con animo pittorico, per immortalare il paesaggio campestre giapponese e un cielo azzurro solcato di nuvole bianche. Un piccolo gioiello del cinema di animazione mondiale, giustamente premiato e celebrato, oltre a essere diventato fonte di ispirazione per lungometraggi Disney (Toy
Story) e Pixar (Up e Coco). Da recuperare.
Lingua Originale: Giapponese. Paese di Produzione: Giappone, 1988. Durata: 86’. Genere.
Fantastico. Regia. Hayao Miyazaki. Soggetto: Hayao Miyazaki, Kubo Tsugiko. Sceneggiatura:
Hayao Miyazaki. Produttore: Toru Hara. Produttore Esecutivo: Yasuyoshi Tokuma. Casa di
Produzione: Studio Ghibli. Distribuzione (Italia): Lucky Red. Montaggio: Takeshi Seyama. Effetti
Speciali: Kaoru Tanifuji. Musiche: Joe Hisaishi. Scenografia: Kazuo Oga. Character design: Hayao
Miyazaki. Animatore. Yoashiharu Sato.

