PIOMBINO – Piombino, dodici anni di promesse e nemmeno un forno acceso.
Il 24 aprile 2014 a Piombino si spegneva l’altoforno. Da quel giorno è iniziata una sfilata di investitori, ognuno con le sue promesse.
Severstal ha lasciato in eredità circa 800 milioni di debiti di Lucchini. Cevital di Rebrab ne prometteva 400, fino a un miliardo: ne sono arrivati meno di cento.
JSW di Jindal ha parlato di un miliardo, 90 milioni dei quali pubblici, e di due forni elettrici entro il 2020: mai costruiti. Metinvest ha annunciato 2,5 miliardi, lo Stato ha messo sul piatto 285 milioni più 92 per la banchina, e il 5 novembre 2026 la Fiom ha denunciato il ritiro di Metinvest, mentre la Regione parla di un impegno ridotto dal 75% a un massimo del 15%.
Il bilancio è semplice. Dal 2014 Piombino ha avuto un fallimento industriale, un’amministrazione straordinaria, una cordata algerina che ha mancato gli impegni, un gruppo indiano che non ha costruito i forni promessi e ora un gigante ucraino che si sfila dopo accordi, annunci e fondi pubblici. In dodici anni i lavoratori hanno passato Natale dopo Natale nell’incertezza, logorati da anni di cassa integrazione.
Non si può più scaricare la colpa su chi di volta in volta se ne va, perché l’errore sta nell’aver affidato a privati, uno dopo l’altro, la rinascita di un sito strategico, accontentandosi di firme e comunicati invece di garanzie e cantieri. La Fiom chiede al governo di intervenire, e ha ragione: il tempo delle promesse è finito, ora servono lo Stato, un piano finanziato e una data per la prima colata.
Massimiliano Roventini

