PIOMBINO – Il ribaltamento del ruolo originario dei Consigli di Fabbrica rappresenta uno dei problemi più gravi della democrazia sindacale nei luoghi di lavoro.
Nati storicamente per essere la voce diretta dei lavoratori, espressione delle elezioni dal basso, del confronto e della pluralità delle posizioni, troppo spesso si sono trasformati in organismi rigidi, dove le decisioni vengono calate dall’alto dalle segreterie provinciali e regionali delle organizzazioni sindacali tradizionali.
Nel contesto industriale di Piombino, segnato da anni di vertenze, crisi aziendali, promesse non mantenute e trattative interminabili sul futuro della siderurgia e dell’indotto, questo processo assume una gravità ancora maggiore.
Quando le trattative si spostano sui tavoli regionali e ministeriali, le segreterie sindacali tendono a blindare le proprie posizioni, riducendo gli spazi di confronto e limitando il ruolo dei delegati che ogni giorno vivono direttamente le contraddizioni dei reparti e delle fabbriche.
L’esclusione o il ridimensionamento di organizzazioni come USB, o di delegati che esprimono posizioni non allineate, non è un problema che riguarda soltanto una sigla sindacale. È un problema di democrazia e di rappresentanza. Quando una RSU eletta dai lavoratori viene isolata perché non si adegua alle decisioni prese altrove, vengono calpestati anche i diritti e la volontà di chi quella RSU l’ha votata.
Un Consiglio di Fabbrica ridotto a semplice cassa di risonanza delle decisioni delle segreterie perde la propria funzione originaria. Non è più uno strumento di rappresentanza, ma diventa un organismo chiamato a ratificare scelte già definite, spesso senza un reale confronto con i lavoratori.
La democrazia sindacale non si misura con le fotografie ai tavoli istituzionali, con le firme sugli accordi o con dichiarazioni di unità di facciata. Si misura nella trasparenza, nel rispetto di tutti i delegati eletti, nella libertà di esprimere posizioni differenti e soprattutto nella centralità delle assemblee dei lavoratori.
A Piombino, però, il problema va ben oltre le dinamiche sindacali. È il futuro industriale di un intero territorio a essere messo in discussione.
La vicenda Metinvest è emblematica. Le difficoltà legate alla guerra in Ucraina e al contesto internazionale hanno contribuito a bloccare e rallentare il progetto siderurgico. Oggi si cerca un nuovo investitore, come se il destino industriale di Piombino dovesse continuare a dipendere dalla disponibilità e dagli interessi di qualche grande gruppo privato.
Ma davvero possiamo continuare ad affidare il futuro di migliaia di lavoratori, delle loro famiglie e di un intero territorio alle decisioni delle multinazionali e degli investitori privati?
Per USB la risposta è NO.
Se servono oltre 3 miliardi di euro per realizzare un progetto siderurgico strategico, garantire la produzione di acciaio e ricostruire una filiera industriale nazionale, è evidente che un investimento di questa portata non può essere lasciato esclusivamente nelle mani del capitale privato.
A Piombino serve un intervento diretto dello Stato. Serve la nazionalizzazione.
Non possiamo continuare a socializzare le perdite e privatizzare i profitti, lasciando che siano i lavoratori a pagare il prezzo delle scelte sbagliate, delle speculazioni e delle strategie industriali delle multinazionali.
La siderurgia è un settore strategico per il Paese e non può essere considerata una merce da affidare al miglior offerente. Il Governo deve assumersi direttamente la responsabilità del futuro industriale di Piombino, diventando il soggetto investitore e garante di un progetto pubblico, con occupazione, produzione, investimenti e prospettive certe.
Ma sappiamo bene che questo Governo, impegnato a destinare risorse sempre maggiori al riarmo e all’economia di guerra, difficilmente avrà la volontà politica di affrontare seriamente il problema. Si trovano miliardi per le armi, ma non si trovano le risorse per difendere il lavoro, ricostruire la siderurgia e garantire un futuro industriale al Paese.
Nel frattempo si continua con gli annunci, le passerelle istituzionali, gli incontri e le pacche sulle spalle. Ma la crisi industriale non aspetta i tempi della politica né quelli delle segreterie sindacali. La valanga è già in movimento e rischia di travolgere tutti.
A quel punto il teatrino non basterà più, così come non basteranno le pacche sulle spalle e le promesse di nuovi investitori.
USB continuerà a dire quello che altri non vogliono dire, senza subalternità ai governi, alle aziende e ai tavoli blindati.
GIOVEDÌ 5 NOVEMBRE USB sciopera, con la consapevolezza che senza una svolta politica e industriale non ci sarà futuro per Piombino e per la sua classe lavoratrice.
E il 12 DICEMBRE invitiamo tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori a partecipare alla manifestazione, perché il futuro del territorio non può essere deciso sopra le loro teste.
Non servono altri annunci. Non servono altri investitori da inseguire.
SERVE LO STATO, SERVE LA NAZIONALIZZAZIONE, SERVE UN PIANO INDUSTRIALE PUBBLICO.
IL FUTURO DI PIOMBINO NON SI DELEGA. SI CONQUISTA CON LA LOTTA!
Usb Piombino

