Testo di Gordiano Lupi, foto di Riccardo Marchioinni.
A me piace andare allo Stadio Magona
A me piace il calcio, c’è poco da fare. Credo di averlo già scritto qualche volta.
Mi piace andare allo stadio, guardare una partita dal vivo, vedere l’evento sportivo
che scorre davanti ai miei occhi. Invece guardare il calcio in televisione non mi
diverte affatto, non mi fa vibrare il cuore, non mi trasmette emozioni. Perdo
l’essenziale, il momento, la sfida agonistica. Perdo la verità.
Forse per questo tifo Piombino, la squadra della mia città. Non à solo questo il
motivo, chiaro, ormai lo sapete. Da molti anni vado a vedere il Piombino quando
gioca al Magona. Non da quando si chiamava Sempre Avanti, quella è una storia che
ho letto nei libri, ma quando il suo nome era Unione Sportiva io c’ero. Non ho visto
la vittoria sulla Roma per tre a uno e la Serie B, chiaro, nel 1951 dovevo ancora
nascere, ma ho visto gli anni Settanta d’un grande Piombino.
Abitavo vicino allo stadio, adesso meno, ma mi piace ancora andarci a piedi, quando
posso, sabato o domenica che sia, persino a veder giocare i ragazzi delle giovanili. Mi
piace assaporare l’aria quando profuma di erba tagliata, il ricordo del vento che viene
dal mare e porta con sé sentori di olio canforato e di magiche spugne di
massaggiatori.
Il Magona adesso è uno stadio modesto, una volta avreste dovuto vederlo. Non attira
folle di spettatori ed è impossibile restare fuori perché i posti sono esauriti. Ma io ho
sempre detestato i posti affollati e comunque compro il biglietto almeno mezz’ora
prima, non si sa mai. A volte può scatenarsi un temporale estivo, oppure soffiare un
tornado dal mare sulle coste toscane. Chi può saperlo?
Fin da piccolo ho amato andare allo stadio, pregustavo il piacere di vedere una
partita, di abbandonarmi al sogno d’una gassosa gelata con vista sul manto erboso. E
ho sempre fatto il tifo per la squadra locale, per me è sempre stato logico farlo. Non
sono forse nato a Piombino? E allora, che cosa mi restava da fare? Era la cosa giusta.
Nel 1968, mentre Martin Luther King e Robert Kennedy venivano assassinati, per me
c’era solo il tifo per il calcio e per le maglie nerazzurre del mio Piombino.
Al tempo la squadra cittadina non era così forte – ora meno che mai – ma a me non
importava, diciamo che neppure adesso m’importa. Io andavo a piedi allo stadio e
facevo il tifo per loro, in silenzio, anche se perdevano spesso. Vado ancora a piedi
allo stadio e la squadra continua a perdere, di tanto in tanto.
Nel 1977 il Piombino vinse il campionato e fu promosso in Serie D, non mi persi una
partita. Studiavo poco ma il calcio non poteva mancare, peccato non fosse materia
scolastica. Ma prima, quante sconfitte! Nella vita a volte capita di vincere, ma molto
più spesso si perde. Ed è imparando a perdere, più che a trovare il modo di battere
l’avversario, che si acquisisce la vera saggezza.
Ogni volta che abbiamo perso di brutto ho scritto cose bellissime, pure Vincenzina e
la fabbrica di Jannacci adattata al Piombino sconfitto. Ho scritto cose che non ho il
coraggio di definire poesia, un poeta vero mi impiccherebbe al palo della luce, ma
che cose niente male posso dirlo senza paura che nessuno se la prenda.
Dopo che è morto mio padre mi sono venuti a mente ricordi bellissimi di giornate
passate con lui, quasi sempre allo stadio, in curva Tolla, sotto i raggi del sole. E ho
scritto la vita di molti calciatori degli anni passati, ragazzi in maglietta di cotone e
scarpette bullonate che ho visto giocare, compagni della mia giovinezza.
E adesso di tutti gli stadi del mondo il mio preferito è il Magona, il mio stadio. Il suo
valore non cambia con le vittorie, con i risultati, il suo valore è assoluto, non importa
che la mia squadra vinca o perda, meglio che vinca, chiaro. In ogni caso amo sedere
su quei gradoni, che piova, che ci sia il sole, che tiri vento, perché sono i gradoni che
conservano intatto tutto il mio passato.
E in mezzo alla curva, ora in totale abbandono, ogni tanto mi capita di veder passare
mio padre. Si toglie gli occhiali da sole, mi guarda, mi dice che è soltanto una partita
di calcio, non serve agitarsi se poi non vinciamo.
Ecco, abituarsi a perdere, atteggiamento vincente per affrontare la vita.

