Di Gordiano Lupi.
Gli anni Settanta
Erano gli anni dei Doors, dei Rolling Stones, dei Byrds, dei Deep Purple, il primo Guccini con la voce ancora impastata di nebbia e un De André vestito troppo classico, troppo composto per il disordine che avevamo in testa.
Purtroppo per noi erano anche gli anni dei Pooh e di Claudio Baglioni, che come tutte le cose scadenti hanno la pessima abitudine di resistere al tempo.
C’era qualcosa di esaltante nell’aria, un’elettricità sottile, quasi un presagio. Bastava davvero un niente, ne eravamo convinti, un soffio per far crollare tutto quel passato ingombrante, pieno di scorie e di mobili vecchi.
Bevevamo vino acido, di quello che raschia la gola, e mangiavamo in pizzerie economiche dai nomi improbabili, insegne al neon che promettevano l’America e servivano pomodoro annacquato. Cercavamo di fare sesso, ma erano tempi duri, goffi, pieni di timidezza e di maglioni troppo larghi.
Discutevamo di politica e di calcio con la stessa ferocia, come se in entrambi ci giocassimo la vita. Leggevamo libri fino a consumarne il dorso e poi ce li scambiavamo, con dediche a matita nell’ultima pagina. Andavamo al cinema – a Piombino ne avevamo cinque, cinque cattedrali accese sul mare – e alla partita una domenica sì e una no, per non tradire né il rito né la pigrizia.
Erano gli anni Settanta, sì, ma io già lo sentivo arrivare, quel futuro per niente sereno, come si sente il temporale dall’odore del ferro sul molo.
Capire le cose troppo tardi è un problema. Lo è sempre stato.
Il racconto è ispirato dalla lettura di Murakami Haruki – Nel segno della pecora – Einaudi, 1982

