Celebrazione Battaglia di Piombino: il discorso del sindaco Ferrari

PIOMBINO – “Prima di tutto un sentito ringraziamento a tutti i presenti alla cerimonia di oggi, alle autorità civili e militari, ai rappresentanti delle Forze dell’Ordine, alle associazioni d’arma, dei partigiani, dei reduci e dei combattenti.

Un ringraziamento particolare va alla professoressa Maria Gabriella Pasqualini, storica italiana, specializzata in storia militare, Medio Oriente e intelligence.

Care concittadine e cari concittadini,
ci ritroviamo ancora una volta qui, nel luogo della memoria, per ricordare il 10 settembre 1943.
Una data che per Piombino non è soltanto una pagina di storia.
È una data fondativa.
Perché quel giorno la nostra città, nel momento più drammatico e più confuso della storia italiana del Novecento, scelse da che parte stare.
E lo fece prima ancora che fosse chiaro quale sarebbe stato l’esito della guerra, prima che la libertà fosse una certezza, prima che la Repubblica fosse immaginabile, prima che la Costituzione fosse scritta.
Quel giorno Piombino non aveva ancora davanti a sé la democrazia che conosciamo oggi.
Aveva soltanto una scelta.
E quella scelta fu la libertà.

Sono passati ottantatré anni.
Il tempo, inevitabilmente, allontana gli avvenimenti dalle nostre vite.
Sono scomparsi i testimoni diretti, sono cambiati i luoghi, sono cambiate le generazioni.
Eppure quella storia continua a parlarci.
Anzi, forse oggi ci parla ancora più forte.
Quando la memoria smette di essere esperienza vissuta rischia di diventare semplicemente una ricorrenza.
Una data sul calendario.
Una corona.
Un minuto di silenzio.
Una cerimonia.
E invece il 10 settembre non può essere soltanto questo.
Perché ricordare davvero significa domandarsi che cosa ci chiede oggi quella storia.
E la risposta, a mio avviso, è una parola molto semplice:
responsabilità.

Il 10 settembre del 1943 uomini e donne comuni furono messi davanti a una responsabilità che non avevano cercato.
Non erano chiamati a fare gli eroi.
Erano chiamati a decidere.
Potevano restare spettatori di ciò che accadeva.
Potevano pensare che qualcun altro avrebbe provveduto.
Potevano aspettare ordini.
Potevano convincersi che il problema non li riguardasse direttamente.
E invece non lo fecero.
Operai, marinai, militari, cittadini: persone diverse per storia, formazione, idee politiche e condizione sociale si trovarono unite dalla consapevolezza che, in certi momenti, non scegliere significa comunque scegliere.
E che ci sono momenti nella storia nei quali la responsabilità individuale diventa responsabilità collettiva.
Piombino fu una di quelle città nelle quali quella responsabilità prese forma concreta.
La nostra città non si limitò a subire la storia.
In quel momento, la storia la fece.

È questo, forse, il significato più profondo del 10 settembre.
Piombino non nacque democraticamente quel giorno.
Ma quel giorno affermò, con una forza straordinaria, una precisa idea di comunità.
Una comunità che rifiutava la dittatura fascista, la sopraffazione, l’occupazione straniera e che riconosceva nella libertà un valore superiore alla paura.

Il 10 settembre appartiene alla storia dell’antifascismo italiano e anche alla storia della nostra identità civile perché essere antifascisti oggi significa riconoscere, ogni giorno, il valore della libertà, della democrazia, del pluralismo, del rispetto della persona e delle istituzioni.
Significa sapere che nessuna democrazia è acquisita una volta per tutte.
La democrazia non è un monumento.
È un comportamento.
È una responsabilità quotidiana.
È il modo in cui trattiamo chi non la pensa come noi.
È il modo in cui rispettiamo le regole anche quando non ci convengono.
È la capacità di discutere, anche duramente, senza trasformare l’avversario in un nemico.
È la possibilità di avere idee diverse e continuare a sentirsi parte della stessa comunità.
Questo è il pluralismo.
E questo è, ancora oggi, uno dei significati più autentici del 10 settembre.

Ma vorrei aggiungere qualcosa, perché credo che oggi la responsabilità che ci consegna quella giornata non riguardi soltanto la democrazia nel senso più alto.
Riguarda anche la nostra città.
Riguarda il modo in cui ciascuno di noi vive Piombino.
Una città è una comunità di persone.
E una comunità vive bene soltanto quando ciascuno sente di avere una parte di responsabilità nei suoi confronti.
Questo significa non considerarsi semplicemente spettatori.
Non dire sempre: “Qualcuno deve occuparsene”.
Ma cominciare a domandarci: “Che cosa posso fare io?”

Questa è una forma moderna di responsabilità civile.
E, in fondo, è la stessa cultura che quel 10 settembre ci ha consegnato.
Perché una comunità non è forte quando tutti aspettano qualcosa dagli altri.
È forte quando ciascuno è disposto a dare qualcosa agli altri.

C’è una bellissima parola che descrive questo atteggiamento: cura.
Prendersi cura.
Della propria città.
Del proprio quartiere.
Delle persone.
Della memoria.
Delle istituzioni.
Del futuro.
La libertà conquistata nel 1943 non ci esonera dalla responsabilità di conservarla.
La democrazia ricevuta dalle generazioni precedenti non ci autorizza a darla per scontata.
La città che abbiamo ricevuto dai nostri padri non ci appartiene semplicemente.
È qualcosa che abbiamo ricevuto in custodia.
E che dobbiamo consegnare a chi verrà dopo di noi almeno un po’ migliore di come l’abbiamo trovata.
Questa, sono convinto, sia una delle forme più concrete di amore per la propria città.

Quando guardiamo alle fotografie del 10 settembre 1943, vediamo uomini e donne che non sapevano quale sarebbe stato il giorno dopo.
Noi invece conosciamo molte cose che loro ignoravano, ma c’è una cosa che loro sapevano meglio di noi: la libertà ha un prezzo e non basta possederla, bisogna essere disposti a difenderla.
Oggi difendere la libertà significa non essere indifferenti e non voltarsi dall’altra parte davanti all’ingiustizia, giorno dopo giorno.

E allora credo che il modo migliore per onorare gli uomini e le donne del 10 settembre non sia soltanto parlare di loro.
È provare a essere, nel nostro tempo, all’altezza della scelta che fecero.
Non ci viene chiesto il loro sacrificio.
Ci viene chiesto qualcosa di diverso, ma non meno importante: ci viene chiesta la nostra responsabilità.
La responsabilità di essere cittadini.
Non sudditi.
Non spettatori.
Non persone che aspettano sempre che qualcun altro faccia.
Cittadini.

Questa è, per me, la lezione più attuale del 10 settembre.
Quegli uomini e quelle donne ci hanno lasciato una città che ha saputo dire no alla dittatura e sì alla libertà.
A noi spetta il compito di continuare a trasformare quella libertà in partecipazione, in responsabilità, in cura.

Perché una comunità non vive soltanto delle cose che ha ereditato.
Vive soprattutto delle cose che è capace di costruire.
E noi abbiamo il dovere di far crescere una città nella quale le generazioni che verranno possano sentirsi libere, sicure, partecipi e orgogliose della propria storia.

Oggi, dunque, rendiamo omaggio a chi combatté.
A chi ebbe paura e combatté lo stesso.
A chi non sapeva che cosa sarebbe successo e scelse comunque.
A chi cadde.
A chi sopravvisse.
A chi, dopo quella giornata, continuò a combattere per la libertà.
E rendiamo omaggio a tutti coloro che, negli anni successivi, hanno custodito quella memoria e l’hanno consegnata a noi.
Ma soprattutto facciamo una promessa.
Non quella, facile, di ricordare.
Quella più difficile di essere responsabili.

Perché il 10 settembre 1943 Piombino dimostrò che una comunità può cambiare il corso degli eventi quando decide di non essere spettatrice della propria storia.
Oggi la storia ci chiede qualcosa di diverso.
Non di combattere una guerra.
Ma di prenderci cura, ogni giorno, della pace, della libertà, della democrazia e della città che abbiamo ricevuto.
Questo è il modo più vero per onorare chi, quel giorno, ebbe il coraggio di scegliere.
E questo è il modo migliore per dire, ancora oggi:
Piombino non dimentica.
Viva Piombino.
Viva la libertà.
Viva la democrazia.”

Il sindaco di Piombino Francesco Ferrari