Per capire Piombino
Non lo so davvero, Murakami,
cosa serva
per capire Piombino.
Tu dici: fermarsi.
E aspettare.
Magari una settimana.
Sedersi
su una panchina, al centro,
e attendere
lo scorrere dei volti.
Tu dici che dalle espressioni,
da una piega,
si può capire un luogo.
Farsi interpreti –
reali –
di quel che serve.
Magari un cinema.
Forse uno stadio.
Un palazzetto nuovo.
Una piscina.
Più semplicemente
un altro ristorante in corso.
Un bar che faccia musica.
Un trenino
silenzioso.
Eh certo
che è difficile
capirla
questa città
di ex operai metallurgici,
ribelle,
comunista,
che nel 1951
si riuniva in uno stadio
e sfotteva la Roma
sotto una grandinata di reti.
Adesso i comunisti
son diventati vannacciani,
non è proprio la stessa cosa,
rimpiangiamo i democristiani,
confidiamo nei socialdemocratici
e sopportiamo
una sorta di fascismo
in doppio petto.
Eh no, che non riesco a capirla
questa città assuefatta al peggio,
silenziosa,
che si fa prendere per il culo
dal primo oratore smaliziato
che governa, sotto tutela,
da Grosseto.
Piombino ha bisogno di turismo.
Piombino ha bisogno di acciaio.
Piombino ha bisogno
di ritrovare se stessa.
E i suoi piombinesi,
se esistono,
od ormai si son persi,
confusi,
a migliaia di sogni
diversi.
Scusami, Francesco
se prendo in prestito
le tue parole.
Non so trovarne
di migliori.


