PIOMBINO – L’escalation è già qui. Ancora movimenti di armi e mezzi militari nel porto di Piombino.
Capita di mettersi in macchina o di prendere un traghettto per andare al lavoro, in vacanza, tra poco di nuovo a scuola, e ti ritrovi accanto un carro armato fatto e finito.
Non sono reperti storici o oggetti da parata. Sono armi e mezzi militari veri, pronti ad essere utilizzati in esercitazioni e conflitti reali. È la nuova normalità della guerra. Quella in cui non siamo mai coinvolti – ci dicono i nostri governanti -. Ma i mezzi con cui viene fatta si vedono sempre più spesso transitare sulle nostre strade, ferrovie, porti. Benvenuti nella nuova economia del riarmo. D’altronde, a furia di spendere i miliardi di euro presi dalle tasche dei lavoratori per i profitti delle multinazionali belliche, perchè stupirsi. I prodotti di questo nuovo business mortifero gireranno accanto a noi, sempre di più.
L’Italia, zitta zitta, sta facendo eccome la sua parte nel grande sforzo dell’imperialismo occidentale di continuare a tenere l’85 % dell’umanità sotto il suo tallone.
“5000 voli tecnici” partiti dall’Italia per sostenere l’attacco dissennato di Usa e Israele dall’Iran, si è lasciato scappare il segretario della Nato Rutte. Centinaia di soldati italiani sono stati impiegati in Arabia Saudita nel conflitto contro l’Iran “con scopi difensivi”, si è scoperto in sordina, in una breve notizia agostana (in difesa di cosa e perchè, vogliamo chiedercelo?). Non basta.
Navi cariche di armi e carburante partite dai porti italiani, come hanno documentato diverse inchieste della giornalista Linda Maggiori, hanno rifornito e contribuito a rendere possibile il genocidio di Israele in Palestina.
Sulle svariate forniture militari all’Ucraina, il Parlamento ha posto il segreto di Stato, privando i cittadini del diritto di sapere cosa e in che quantità è stato impiegato là. L’Italia è diventata una grande retrovia logistica che foraggia conflitti terribili, che le classi popolari non hanno mai sostenuto e di cui pagano letteralmente il prezzo ogni giorno, dal supermercato alla pompa di benzina.
Ma in guerra i fronti sono mobili, e anche le retrovie possono diventare bersagli di primaria importanza. E qui torniamo a noi, all’oggi.
Decisamente, l’articolo 11 della Costituzione non gode di buona salute nel porto Piombino. E insieme ad esso la sicurezza di tutti noi, già messa al rischio dal rigassificatore. Cosa succederebbe alla città se il porto dovesse diventare un obiettivo militare legittimo in ragione di questi movimenti di armi e mezzi? Non lo vogliamo neanche immaginare.
Da anni, insieme al gruppo delle Donne in nero, lo diciamo e lo denunciamo, con tutti i mezzi possibili.
Evidentemente non è bastato, come non è bastata la risoluzione di contrarietà alla trasformazione del porto cittadino in un Hub della guerra, risoluzione approvata a larga maggioranza dal Consiglio Comunale di Piombino lo scorso maggio, ma finora rimasta lettera morta.
Serve una pressione ulteriore, reale e non solo evocata, che coinvolga e aggreghi diverse realtà territoriali coerentemente schierate contro gli orizzonti di guerra e spinga i lavoratori dell’area portuale a rifiutarsi di collaborare a questa deriva, che mette a rischio anche la loro sicurezza. Come USB sosterremo e appoggeremo con tutti i mezzi disponibili questo sforzo necessario, a partire dallo strumento dello sciopero, che abbiamo proclamato anche oggi, durante l’ennesimo imbarco militare della Severine a Piombino (carri armati, mezzi blindati, carburante ecc.).
Rilanciamo il 30 ottobre come giornata di mobilitazione e di sciopero internazionale dei lavoratori portuali contro guerre e genocidi, solidali con tutti i popoli che resistono all’imperialismo, a partire da quello palestinese.
USB Piombino

