“Biglietti per Piombino”: Calcio anni Settanta

Testo e foto di Gordiano Luoi.


Calcio anni Settanta

 

Non era calcio –

era domenica di periferia, era popolo.

Il genuino,

il pane unto e la merenda portata nello stadio,

come si va alla messa dei poveri,

con la carta oleata in tasca

e il tifo che è un rosario sguaiato, bestemmia e preghiera.

 

Il mio calcio,

il più vero,

mai più in là della Serie D,

perché oltre era già finzione, era televisione.

Alle quattordici e trenta tutti in campo,

in tutta la Toscana, regola sacra e operaia.

Solo a Piombino alle quattordici e quarantacinque –

lì si aspettava.

Si aspettava la sirena delle quattordici, il fischio lungo della fabbrica,

e gli operai del primo turno,

che arrivavano in bicicletta, col giubbotto ancora addosso,

come reduci, come santi stanchi.

Il calcio di paese era questo: aspettare chi lavora.

 

E quella domenica a Castellina in Chianti –

due torpedoni nerazzurri, odore di gasolio e cori,

e il ristorante in piazza, sotto la torre,

quella con l’orologio che guardava tutto come un padre distratto.

Chianti Gallo Nero, nero come le nostre maglie,

e bistecca al sangue, rossa come un peccato di gioventù,

prima di andare a gridare, prima del rito.

 

Allo stadio del presidente Niccolai

una tribuna che non era tribuna:

un’impalcatura, quattro tubi e una tavola,

come un palco per una festa dell’Unità.

Davvero poco, per noi,

noi che avevamo il Magona,

noi che vent’anni prima avevamo battuto la Roma,

la Roma in Serie B, capisci?

Eravamo figli di un passato più grande di noi.

 

Eppure sul fango, quel giorno,

un tridente giallonero come tre coltelli nel burro:

Gianassi, Rauggi e Baudone.

Nomi che suonavano come bestemmie toscane, come santi laici.

 

E il mio Piombino rispondeva –

Pallini e Bianchi, due cani da corsa,

Cardinali in porta, con le mani grandi come pale,

e di punta Pellegrini, credo,

ma posso sbagliare,

avevo appena dodici anni,

e la memoria a dodici anni è come un pallone di cuoio:

rimbalza dove vuole.

 

Calcio anni Settanta,

da Colle Val d’Elsa a Poggibonsi,

una via crucis di campi spelacchiati,

passando per Pontassieve,

dove al ristorante Il Girarrosto

si mangiava piccione allo spiedo con i fagioli,

carne scura e sacra, da contadini.

 

Per tacere di Beppe Polli in bicicletta,

sulle colline di Staffoli,

magro come un Cristo in salita,

prima di battere ancora la vecchia Cuoiopelli,

a Santa Croce,

cuoio duro, come il nostro cuoio.

 

Calcio anni Settanta che non torna.

Non torna più.

Spande ancora profumo,

ma non è profumo d’erba inglese,

è profumo di sagra paesana, di salsiccia e fango,

di gioia e miseria,

di dolore e sogno

mescolati nello stesso bicchiere di vino.

 

Ultimo tango d’altri tempi,

non a Parigi,  bugia per borghesi,

forse a Zagarolo,

in una balera con le lampadine appese,

tango nostalgico, ballato in solitaria,

tra lacrime di ricordi

che sanno di sudore

e non ritornano.