Testo di Gordiano Lupi, foto di Riccardo Marchionni.
Quanto costa una cieca
Mio padre, professore ordinario
di Risparmio Applicato.
Cattedra: casa nostra.
Libro di testo: il portafoglio.
Frase ricorrente, una sola:
“Ci costa una cieca”.
L’università? Una cieca.
Io tornavo con i libri sottolineati
e lui vedeva solo la retta sfilare via,
con camicia celeste e occhiali scuri.
Mio fratello al Brulotto,
due bicchieri dopo mezzanotte:
altra cieca che se ne andava barcollando
tra i tavoli, contando gli spiccioli.
Poi arrivò la Panda usata.
Stava più dal meccanico che in strada.
“Costa una cieca”, diceva babbo,
mi pareva di vedere la macchina,
affrontare a tentoni il traffico di Piombino.
Mamma Vanda tornava dal mercato:
“Gino, ma lo sai che le lumache costano una cieca?”
E io piccolo immaginavo lo scambio:
un cesto di gusci contro una signora non vedente.
Affare fatto, stringiamoci la mano.
Ma le lumache non erano indispensabili, pensavo.
Bastava aspettare che piovesse.
Io e mio fratello, secchiello in mano,
“a fa’ lumache” sulla scarpata del Chiassatello,
dove un tempo passava il treno.
Le raccattavamo nell’erba bagnata,
gratis, ignari del valore di mercato.
Ignari che al banco costassero una cieca.
Le lumache son piatto da Festa dell’Unità,
da sagra con la fila e altoparlante che gracchia:
“Le chiocciole so’ finite!
Dovete ordina’ un’altra cosa!”
Perché le chiocciole, a Piombino si chiamano così,
non spuntano come i funghi.
Escono dopo piovuto, è vero,
ma quelle buone davvero sono rare
come i porcini, care come i tartufi.
Insomma, tutto costava una cieca.
L’università, il vino, l’auto, le lumache.
Un’unità di misura tutta nostra,
per dire che la vita è cara,
soprattutto per dire che le cieche,
povere, erano sempre tirate in ballo
anche quando non c’entravano niente.
Chissà quante ne abbiamo spese, di cieche,
senza mai vederne una.

