Testo di Gordiano Lupi, foto di Riccardo Marchionni.
Oleandri di via Fucini
Gli oleandri,
dal piazzale della vecchia scuola di via Fucini
respirano forte.
Un profumo denso, bianco e rosa,
che sfonda gli anni
e mi riporta a estati di calce e cicale,
quando quel cancello di ferro battuto
era un gigante lontano,
un confine che non osavamo toccare.
È l’odore del tempo perduto
che ti prende per mano e non chiede permesso.
Sorride piano.
E all’improvviso rivedo un bambino:
cartella sbilenca,
la cinghia elastica che morde i libri,
gli occhi puntati in su,
a seminare futuro tra le nuvole.
Lo scrivo adesso,
che quel futuro è già passato
in punta di piedi, senza bussare.
Ho una penna biro tra le dita,
come allora.
Foglietti sparsi sul tavolo,
alla maniera di mio nonno
quando il Toscano gli fumava tra le parole
e traduceva la Grande Guerra in inglese,
seduto su una panchina di piazza Dante.
Aspettava.
Aspettava i bimbi,
aspettava che la campanella gli restituisse il mondo.
Piazza Dante non è più la stessa.
Forse è più elegante,
si è messa il vestito buono.
Ma resta lì,
al bordo della città,
incastrata tra le Acciaierie che non respirano più
e il palazzone liberty della scuola,
quel Sempre Avanti
che fu il primo rettangolo di sogni e ginocchia sbucciate del Piombino.
La mia elementare.
Le piccole palme, i tigli che sapevano di giugno,
oggi hanno ceduto il passo agli oleandri.
Tutto cambia posto tranne il ricordo.
E il tempo scivola,
inarrestabile,
tra via Renato Fucini e piazza Dante,
e si porta via i cancelli, le panchine, i nonni.
Lascia solo il profumo.
E questo bambino che sono stato,
che sogna ancora,
con la biro in mano.

